Ieri mancavano i progetti, mancavano le idee; oggi quella vocazione d’amore non manca di certo, ma è ostruita da un cieco secolarismo, dalla priorità accordata al profitto, dovunque.
Oggi come ieri manca il danaro. Oggi più che ieri, però, noi cristiani vogliamo essere corone viventi del Rosario, testimoni nel mondo dell’Amore divino, quello che si traduce in sante opere, prima che parole.
![]() |
| Un ponte dal Giubileo 2025 al Giubileo 2050 |
Ecco allora che le nostre istituzioni scolastiche diventano laboratori di una progettualità militante, dove il riscatto e la promozione dell’uomo avvengono nel segno della Fede.
Bartolo lo avevo intuito con feconda lungimiranza: la scuola è un “cantiere” di intersezione tra umano e divino, dove le strade fuligginose dei ragazzi si trasmutano in opere di Misericordia.
Solo la conquista di un’essenza decentrata dall’ego e ispirata a Dio consente l’acquisizione di un’identità professionale agonisticamente attiva nel Mondo.
Nessuna parola, infatti, esaurirebbe la traboccanza spirituale delle scuole pontificie senza chiamarli per nome.
Non citiamo quelli che siedono ai primi banchi, quelli che varcano il cancello dopo aver salutato i propri genitori, quelli che hanno gli zaini profumati di merenda, ma quelli che camminano con la fretta di chi vuole dimenticare, quelli che non alzano il capo perché non sanno riconoscere la luce dalle tenebre, quelli che per primi digrignano i denti per non essere attaccati.
Ecco cosa differenzia la nostra realtà da quella – pur preziosissima – delle scuole statali. Ma se Cristo si è mostrato all’uomo come esempio vivente, anche noi con l’umiltà di chi opera per il bene senza propaganda, vogliamo offrire testimonianze reali di questa carità educativa.
Ci avvaliamo di nomi fittizi calcati, però, dalla realtà effettuale: le schede e le relazioni tecniche degli assistenti sociali le lasciamo negli archivi: il tempo un giorno sbiadirà le carte, ma non la memoria di chi ha intrapreso con questi ragazzi “difficili” un percorso di vita.
Ci basta annoverare casi recenti per testimoniare l’efficacia di quello spirito educativo che Bartolo Longo ci ha trasmesso.
Tra loro c’è il figlio di un carcerato. Ha vergogna a raccontare di sé, non riesce neanche a inventarsi una storia a lieto fine, una famiglia “normale”, la vita gli ha tolto persino la fantasia.
Aspetta che il padre esca dal carcere, cerca di meritare l’affetto di qualcuno, non sa che l’amore è gratuito e incondizionato. E quando i compagni parlano delle loro famiglie, indossa la maschera del duro e gioca a disprezzare la vita come un angelo decaduto.
L’aula è un teatro e la cattedra rappresenta il “dietro le quinte”; qualcuno gli strappa di mano il copione per riscrivere una storia vera: la sua.
Ci vorrà tempo, gli insegnanti e gli educatori lo sanno, ma la vita saprà restituirgli ogni applauso negato.
Illividisce con il rancore la memoria del padre: non avrebbe dovuto lasciarlo solo, non doveva morire.
Gli eroi sono eterni, ma solo nelle storie e lui il tempo per leggere i romanzi proprio non ce l’ha. I compagni vestono bene, per lui non ci sono soldi; la sera, prima di coricarsi attende ancora il bacio materno, ma la madre rincasa troppo tardi, cercando per strada il lavoro della disperazione.
Non avrà voglia di studiare, ma gli insegneranno a sfogliare le pagine infinite del cuore, dove nessun miracolo è impossibile.
La sua famiglia ha il marchio di infamia, deve avanzare controcorrente, ma a volte il risucchio è abissale perché se rubi una mela sarai ladro a vita. Si crede al male più che al bene.
Ma la progettualità cristiana lo richiama potentemente e d’improvviso si sente “normale”, anzi, addirittura speciale, perché toccato dalla misericordia divina. I compagni di classe seguono le sue impronte rivoluzionarie e scoprono che dal fango nascono i fiori.
Ha fatto il compito di italiano sulla 41 bis e ti chiede in disparte di correggere le lettere destinate al padre. Mentre arrossisce, per aver deposto la maschera dell’indifferenza, scopri che anche un cuore in penombra batte potentemente, scopri che se la sofferenza arma di cinismo, l’amore converte in silenzio.
Non ti ringrazia neanche e quasi ti strappa di mano la lettera: ha fretta di spedirla.
Dalle dita sporche e rozze capisci che per sopravvivere deve lavorare, capisci che prima di chiedergli la sufficienza, dovrai aiutarlo a ritrovare se stesso per diventare uomo.
Risponde con accento dialettale, ma è sempre attento, alza per primo la mano anche quando non ricorda bene la lezione: è il figlio dell’abbandono, piagato dalla carenza di affetto.
È un adulto in miniatura, non impreca contro la vita, non chiede il perché delle cose; è abituato a camminare con un fardello gravoso e obbedisce mitemente anche ai suoi carnefici.
La madre, se solo potesse, lo ricondurrebbe di nuovo nel tepore del grembo, dove non esistono ferite e cicatrici, ma solo le carezze dell’aspettativa.
Invece, la necessità lo fa crescere senza il sapore della primavera e senza neanche conoscere l’affetto genitoriale, dovrà fare da padre al fratello più piccolo.
Dovrà dirgli cosa fare e cosa evitare senza che mai nessuno glielo abbia spiegato. Si meraviglia quando la scuola gli chiede semplicemente di essere se stesso, di deporre il fardello e riappropriarsi dell’infanzia, di apprendere dalle parole altrui oltre che dalla strada.
Per la società, il padre è uno spietato assassino, ha profanato la vita, mischiando al sangue delle vittime le lacrime del dolore altrui;
baratta la rigidità dei cadaveri con le conquiste del potere, i divieti della coscienza con l’onnipotenza del danaro, il consenso della gente con i pregiudizi sociali.
Gli avvocati gli hanno suggerito di ammalarsi e lui, abituato a comandare, ha saputo obbedire. È dimagrito fino a somigliare alle sue vittime e si è consegnato all’anoressia: la legge gli ha consentito di ricoverarsi in ospedale.
Ma il sorvegliato speciale è riuscito a fuggire. Il mondo lo ha seguito dai televisori, il figlio dalle finestre della scuola, quasi aspettando che venisse a prenderlo. Non è venuto ieri, non verrà domani, ma lui ci crede ancora.
Conosce l’altro volto dell’assassino, quello che nessun giudice potrà condannare, quello che nessuna sentenza potrà definire: il volto del padre.
Per questo stesso volto, studia e si impegna a scuola, sa sorridere quando nessuno lo ricambia, occhieggia dal banco cercando consenso, cercando una parola che non accusi, un parere che non condanni.
Non racconta nulla di sé, lascia che altri lo facciano in sua assenza; dice “sì” ai nostri progetti senza commisurare il tempo all’impegno: sa che la Vita è una vocazione irresistibile, chiama quando non si aspetterebbe più.
Ti ingoiano nella bellezza di un sorriso a denti larghi, come perle di luce tra onde di argento. Il più grande ha perdonato la madre, quello più piccolo la rinnega sognando che ritorni. Chissà da dove.
Capita allora che da una classe all’altra si diramino parentele che smentiscono persino la cronologia anagrafica.
è la vita a sbrecciare le pagine intonse dei libri di scuola. Vive con la sorella e il nipote, ma ha un fratello gemello che è stato trasferito al Nord, non lo vede da tempo e spesso si chiede come sia diventato. Eppure, quando si guarda allo specchio, scorge nelle sue fattezze quelle dell’altro, allora sorride sapendo di essere ricambiato.
È un altro figlio di Bartolo Longo; per lui la scuola ha concepito un progetto grandioso: l’iniziazione alla vita di Cristo attraverso il conferimento della Comunione e della Cresima.
Già, perché non sono pochi i ragazzi contesi dal Limbo della strada, che non hanno ancora incontrato Dio nei sacramenti, che, pur essendo nel grembo mariano, non conoscono fonte battesimale. Non ci spaventa la difficoltà del progetto, perché nel carisma cristiano lievitano le nostre vite.
![]() |
| Cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin a Pompei il 13 novembre 2025 |
Non per questo gli insegnanti si scoraggiano: non sono solo professionisti del mestiere, ma anche e soprattutto vettori spirituali, apostoli tenaci del Beato Bartolo Longo.
Ai colloqui con i genitori viene sempre solo il padre: la madre ha il volto opacizzato dall’alcol, tanto da non distinguere una goccia etilica da una lacrima filiale.
Negli occhi del figlio, a volte, la luce si estingue in silenzio marmoreo: è in questi momenti che la carità educativa agisce nell’imperscrutabilità divina.
quando sbaglia un genitore, è colpa di tutti, è colpa della società, del contesto, della storia, è colpa dell’indifferenza e dell’ignoranza, colpa di chi mira a punire senza rieducare alla vita, colpa di chi si sente immune, di chi forgia sentenze, di chi decide che il bene coincida con la morale, di chi non crede nella conversione del cuore,
di chi elegge l’evidenza del reale come unica causa del tutto. C’è chi non sa di avere diritti e chi ruba impunemente quelli altrui.
Per questo motivo nessuno scandalo ci arma di pregiudizi: accogliamo le creature dell’emarginazione, chi si sente “diverso” e irredento, chi paga per qualcun altro, chi ha tolto le bende alla dea Giustizia.
Capita allora che siano i genitori a chiedere aiuto: disorientati dal sangue che scorre controcorrente, avidi di una vita che non genera fiducia, logorati dalla legge primordiale del più forte.
Rinunciano ad essere padri, rinnegano la vocazione materna, impugnano i figli come armi di ricatto quando la sacralità della famiglia diventa una prigione.
Lottano dinanzi ai figli, incendiando l’amore con la violenza, il
Si assiepano intorno alla cattedra come se fosse una dispensa di merende, cercano il contatto come un simulacro di carezze, le loro voci si sovrappongono in un alveare stridulo e pullulante.
Hanno bisogno di autorevolezza per distinguere la regola dall’imposizione, la preghiera dall’ingiuria.
Tra loro c’è qualcuno che neanche ricorda di avere una famiglia.
La madre è morta in un incidente stradale, portando al Cielo anche la sorellina. Chissà da grande come sarebbe stata bella. Il padre è in carcere, esce per ritornarvi senza pentimento, vive di espedienti, ogni tanto qualcuno gli prepara la borsa per andare al “fresco”, è abituato alle pene come una bestia da soma.
Il figlio, però, ha il viso angelico, la fronte bombata come una mela selvaggia, gli occhi color nocciola, incontaminati come una landa fertile, qualcuno già pensa di edificarvi il male.
Ora vive con la nonna, che è agli arresti domiciliari. Per molti, per troppi, la sua è una storia qualunque di ordinaria miseria, non per noi, che giorno dopo giorno irroriamo la parola didattica con il carisma cristiano.
Nel silenzio della carità, gli insegnanti pagano per lui: quel “soldo al mese” che bastò al Beato per edificare la nuova Pompei, si moltiplica nel paniere della Provvidenza.
Poi giunge, come una primavera precoce, il grande giorno, quello dell’esame.
I ragazzi ardono di vita, pregustano le lusinghe dell’estate e quasi si sentono adulti. Nei loro volti gaudenti pulsano emozioni straripanti, ma non per tutti è così. C’è una ragazzina dal viso smunto che si rincantuccia in un angolo. Viene il suo turno, comincia a parlare, ma il tono decresce fino ad estinguersi in un silenzio ingombrante.
I membri della commissione e i suoi insegnanti la incoraggiano, pensando che sia l’attrito dell’emotività a bloccarla. Poi le lacrime le rigano il viso e si rompono in singhiozzi graffianti. Scuote la testa, non è la paura dell’esame a frenarla, ma l’ansia feroce dell’abbandono:
terminati gli studi, teme di perdere la sua unica e vera famiglia, quella incontrata nella scuola di Bartolo Longo. Per i ragazzi siamo questo.
Con uno spettacolare raid aereo l’hanno condotto in carcere: mentre gli uomini in divisa glielo portavano via, il mondo esultava per il trionfo della giustizia.
Le compagne di classe l’hanno vista in TV. Eppure, lei che è vissuta tra dolo e complotti, serba nel volto un candore disarmante, quasi fosse un’involontaria richiesta d’amore. Qualcuno la evita, come se le colpe dei padri fossero una malattia genetica, una tara ereditaria impermeabile all’amore, immune da gesti di redenzione;
invece Cristo è risorto per tutti, soprattutto per chi non lo sa. Si convive con la minaccia prepotente della non-vita, con il presentimento che ogni giorno sia l’ultimo, con il timore che neanche la morte affranchi l’uomo dalla miseria.
Parole dilaniata da un dolore primordiale e incontenibile, disumanamente imploso nel cuore di un bambino.
Tra le labbra chiuse come inferriate carcerare, una fiaba di amore abortito, un passato bloccato nel presente, la condanna della memoria al ricordo eterno.
Eppure Qualcuno, in un giorno di primavera, gli ha restituito la voce, imprimendo al verbo l’anelito al perdono.
Con accorate parole Le inoltriamo questo invito, affinché si possa migliorare la storia del Santuario di Pompei e delle Opere del Santo Bartolo Longo, ma, soprattutto, dare una speranza a migliaia di giovani.
Ci è gradito porgerLe come delicato omaggio la poesia dell’Artista Professor Stefano Armellin, fedele sostenitore della causa longhiana e autore della Madonna del Vesuvio (foto sotto) in Piazza Schettini a Pompei dal 2009 a perenne ricordo della visita a Pompei del Papa Emerito Benedetto XVI
Santo Padre Leone XIV, L'INVITO per venire a Pompei per benedire la Via Crucis-Lucis e altre opere che il Maestro Stefano Armellin allestirà per Ella nella Cappella del Santo Bartolo Longo o in altra sede clicca qui é dunque riassunto in questa poesia :
Titolo : L'Amore.
L'Amore è una carezza portata dal vento che scende dalla pareti del Cielo.
Con questi sentimenti Stefano Armellin
Daniela Dian 2011
Non é bastato il grande incendio del 2015 per migliorare la professionalità delle guardie forestali, in Sicilia sono 25 mila e l'isola é andata a fuoco !
Qui non lamentiamo la cattiva sorte del fulmine che arriva a ciel sereno, ma bensì del solito fulmine del malaffare.
Ministro Pinotti Lei da queste parti ha pure un Sottosegretario, possibile che la Difesa di questo Paese non sappia difendere il territorio italiano ?
Cent'anni dopo Caporetto permane lo spirito nefasto di quella sconfitta. Ricordare Caporetto serve quindi al Paese come radiografia dei propri mali.
Davanti a questo mega disastro ambientale fanno sorridere le strategie turistico-culturali, eppure, da Pompei bisogna ripartire.
Premier Gentiloni, Ministro Franceschini, il prossimo Anno, Europeo del Patrimonio Culturale, trova ora nel Vesuvio bruciato il suo marchio, il suo Auschwitz.
Aspettiamo qui a Pompei il Capo dello Stato per tracciare una nuova linea creativa di partenza per uscire dall'inferno. Perciò a questo punto, che ritorni presto anche Papa Francesco.



















